Puccini, Gianni Schicchi

Manifesto © Conservatorio “Giacomo Puccini” della Spezia

Giacomo Puccini (Lucca, 1858 – Bruxelles, 1924), discendente da un’antica famiglia di musicisti, è il più importante compositore d’opera italiano dopo Giuseppe Verdi. Essendosi formato nel clima di fine secolo, il suo mondo estetico si è differenziato da quello verdiano. Si rese interprete di varie correnti ideologiche ed emotive che seppe utilizzare e fondere con abilità e con un aggiornamento continuo, entrando in sintonia con la sensibilità europea del suo tempo. Le sue dodici opere ottennero successi e quasi tutte fanno parte dei repertori operistici dei maggiori teatri lirici del mondo.
Nella produzione pucciniana si è soliti distinguere due fasi principali, oltre a quella giovanile (Le Villi, Egdar): una prima fase, a cui appartengono Manon Lescaut, La bohème, Tosca, Madama Butterfly, opere fondate su personaggi di psicologia minuta, inseriti in ambienti identificati dal colore musicale dell’opera; e la fase del rinnovamento vocale e sinfonico in senso modernista realizzato nelle opere della maturità (Fanciulla del West, La rondine, Trittico e Turandot). Scrupoloso, metodico, sempre alla ricerca di soggetti nuovi, con uno spiccato senso del teatro, Puccini lavorava a fondo sulle prime stesure e vi tornava in seguito con numerosi ritocchi, si mostrava esigente con i propri librettisti, tanto da imporre soluzioni metriche e modifiche nel testo, allo scopo di attirare maggiormente l’interesse del pubblico.

Il Trittico (Teatro Metropolitan di New York il 14/12/1918) rappresenta l’identità musicale pucciniana, che affronta con la stessa sonorità tre temi differenti, il verismo (Il Tabarro), il dramma borghese e sentimentale (Suor Angelica) per pervenire al comico (Gianni Schicchi).
L’opera Gianni Schicchi interpretata dai giovani allievi del Conservatorio, è un progetto che riprende a due anni di distanza Suor Angelica. Un atto unico, animato da un’azione continua e vorticosa, aperto sui nove parenti del morto, allargato successivamente a tutti i quindici personaggi dell’opera e chiuso dai tre personaggi vincenti (Gianni Schicchi in primo piano, Rinuccio e Lauretta in secondo piano). Un lavoro dove il ritmo e l’agire fanno da padroni, ponendo a margine ogni riflessione, insomma un’opera antitetica alla statica Angelica.

Gianni Schicchi è un piccolo gioiello dell’opera comica italiana, il cui merito va diviso in parti uguali tra Puccini e il librettista Giovacchino Forzano, che ha saputo costruire su un episodio dantesco  (Inferno, XXX, vv. 31-33, 42-45; e su un antico commentario di Dante di un Anonimo Fiorentino del XIV secolo), un libretto tutto azione. Gianni Schicchi fu un personaggio storico che commise veramente il delitto per il quale Dante Alighieri lo collocò nell’Inferno, condannandolo alle fiamme eterne per il peccato di falsa testimonianza. La visione di Puccini è contrapposta a quella di Dante, che disprezzava la “gente nuova”, arricchita e venuta dal contado, della quale Schicchi era un esempio. Puccini, invece, dipinge in maniera negativa i Donati, che rappresentano la classe degli aristocratici, mentre Schicchi è il deus ex machina dell’azione. L’elemento comico non è estraneo nel teatro pucciniano, si pensi al sagrestano nel primo atto di Tosca, a certi flash nel Polka Saloon del primo atto della Fanciulla del West, alla breve scena del padrone di casa Benoît  nella Bohème. In Schicchi il librettista fa del comico la struttura portante e  il compositore tratta una situazione da commedia dell’arte con taglio moderno: infatti l’atto unico consente un ritmo narrativo incalzante e le vicende si susseguono senza sosta. Puccini pone l’accento sull’avidità priva di scrupoli dei parenti di Buoso Donati, valendosi di elementi grotteschi e macabri (la presenza costante del cadavere), o la spudoratezza di Schicchi che, per attuare la sua beffa, si adagia nello stesso letto del defunto e ricorda ai parenti la pena prevista per i falsificatori di testamenti.  In questa opera, come nelle due opere del Trittico, Puccini caratterizza con precisione l’ambiente e l’atmosfera, ritraendo un’immagine splendida della Firenze medioevale. I personaggi sono identificati con precisione con l’età e il grado di parentela. Inoltre rispetta le due unità di luogo e di tempo: l’azione si svolge nella camera da letto di Buoso Donati, inizia alle nove del mattino e termina circa a mezzogiorno.  L’atto inizia con un breve preludio che presenta i due temi contrapposti: quello del lutto e quello della meschinità, variato da quello della beffa. Inoltre è da sottolineare nell’opera la ricchezza coloristica dell’orchestra con “i legni” in primo piano a mettere in rilievo gli aspetti grotteschi della vicenda, mentre gli archi vengono usati per dare espressività al canto di Lauretta e Rinuccio, l’uso dei Leitmotiv e il prevalere dei tempi rapidi nella musica.  Il personaggio che risulta simpatico e conquista il pubblico, perfettamente descritto sia dal punto di vista narrativo che musicale, è Gianni Schicchi: uomo astuto e scaltro, rappresentante di una “classe nuova”. Fin dal suo ingresso in scena si dimostra senza scrupoli, padrone della situazione. Con l’intelligenza spregiudicata domina su tutti (un Figaro novecentesco), ma Puccini riesce comunque a dare importanza anche alla folla di parenti (utilizzati come una sorta di coro da camera), dipinti come gente stolta e gretta e a far emergere le loro ipocrisie e la loro avidità. A Schicchi è affidato l’assolo “Si corre dal notaio”, dove risalta un macabro umorismo, e  l’aria comica ed ironica “Prima un avvertimento” nella quale, con un lacrimoso addio alla città amata, ricorda ai parenti di Buoso Donati la pena prevista per i “falsificatori” di testamenti (Addio Firenze, addio cielo divino, / io ti saluto con questo moncherino, / e vo randagio come un Ghibellino!”). I giovani innamorati Rinuccio e Lauretta (modellati sulla coppia, Fenton e Nannetta del Falstaff  verdiano) sono anche essi due personaggi importanti per lo sviluppo dell’azione; essi sono ostacolati dalle famiglie, ma l’unico scopo di vita è quello di stare insieme. Il compositore affida ai due fidanzatini due romanze, divenute celebri: il tenore canta “Firenze è come un albero fiorito”, inno alla furbizia di Schicchi e alla “gente nuova” e il soprano canta “Oh! mio babbino caro”,  brano di intensa effusione lirico-sentimentale con cui la figlia implora il padre   di aiutarla a coronare il suo sogno d’amore. A conclusione dell’atto, prima i due innamorati Lauretta e Rinuccio si abbracciano felici, intonando “Lauretta mia, staremo sempre qui”, poi recitando Gianni Schicchi, su un sottofondo di archi arricchito da un motivo del clarinetto, si rivolge direttamente al pubblico e invoca l’attenuante per aver agito nell’interesse dei due giovani e del loro amore. La musica termina bruscamente con un secco segnale dell’orchestra in fortissimo.      

Trama – La vicenda ha luogo a Firenze nel 1299. I parenti di Buoso Donati, spirato da poche ore, sono radunati intorno al letto dove giace il defunto. La notizia che Buoso avrebbe lasciato tutta la sua cospicua  fortuna ai frati di Signa, getta nella costernazione i parenti che interrompono la veglia funebre e, guidati dal vecchio Simone e da Zita, una cugina del morto, frugano per tutta la stanza alla ricerca del testamento. Rinuccio, nipote di Zita, scopre infine il testamento, ma prima di consegnarlo alla zia le estorce il consenso al suo matrimonio con Lauretta, figlia di Gianni Schicchi, malvisto dalla famiglia Donati per le sue origini contadine. La lettura del testamento conferma i timori dei parenti: Buoso ha lasciato erede di tutti i suoi beni un monastero. Rinuccio convince la famiglia a chiedere l’aiuto di Schicchi, persona nota per la sua astuzia. Quando questi arriva con la figlia Lauretta, è però accolto così male che, offeso, sta per andarsene. Lauretta, per trattenere il padre, prima minaccia di gettarsi in Arno, qualora non le venga concesso di andare a Porta Rossa per comprare l’anello e poi prega il suo “babbino caro” di aiutare la famiglia del suo innamorato. Schicchi acconsente e  propone uno stratagemma: fingendosi Buoso Donati in punto di morte detterà al notaio un nuovo testamento. I parenti accolgono con entusiasmo il piano e, di nascosto, cercano di corrompere Schicchi per ottenere la parte migliore dell’eredità. Schicchi dice di sì a tutti, manda a chiamare il notaio e, vestito con gli abiti di Buoso, detta dal letto del morto un testamento che lascia a se stesso i beni più pregiati: la mula, la casa di Firenze, i mulini di Signa. I parenti allibiti non possono protestare, perché così facendo svelerebbero la frode in cui sono implicati e che comporterebbe per tutti, secondo una vecchia legge fiorentina, la pena del taglio della mano e l’esilio. Uscito il notaio, Schicchi scaccia i parenti di Buoso dalla casa che ormai è sua, mentre Rinuccio e Lauretta si abbracciano felici, perché ora possono sposarsi. Schicchi chiede al pubblico se sia possibile immaginare un uso migliore della ricchezza di quello di aiutare due giovani innamorati. Per questo piccolo trucco, conclude, padre Dante l’ha condannato all’inferno. Ma egli chiede agli spettatori di concedergli le circostanze attenuanti, data la felice conclusione della vicenda.